Il servizio sanitario militare nella Grande Guerra: linee generali e il caso ferrarese

La Prima Guerra Mondiale produsse un numero stimato di morti tra i dieci e i dodici milioni e fu considerata una vera e propria “nuova peste”, la peste del Novecento, nel suo indurre intensi sconvolgimenti demografici presso i popoli dei Paesi coinvolti, tra morti in battaglia, epidemie negli eserciti ed estese tra i civili, carestie, annientamento di vaste porzioni di territorio e di intere famiglie. Il Giornale di Medicina Militare, pubblicato a cura del Sevizio sanitario dell’Esercito per i cinquanta anni della vittoria, rileva un numero di caduti italiani di 680.071, dei quali 406.000 per fatti bellici; l’Esercito italiano riportò 402.000 perdite, di cui 317.000 sul campo di battaglia, 69.000 per ferite negli ospedali o in casa propria e 16.000 in prigionia. I feriti (non comprendendo quelli in prigionia) sono stimati in 950.000 (il 16,57% dei mobilitati), gli invalidi a seguito di ferite o malattie 462.812.

La Grande Guerra impone un forte freno ad un secolo di crescita demografica: come ricorda Cosmacini, la vasta mobilitazione degli eserciti intensifica il rischio di propagazione dei contagi; le fila dei combattenti sono falcidiate dal tifo e dal colera e si riaffaccia, dopo il periodo di pace, anche il pericolo del contagio malarico. Muoiono a decine di migliaia per tubercolosi e per la nuova epidemia di influenza spagnola, definita dai tedeschi «catarro lampo»; l’inedita caratteristica di guerra di posizione, il «sistema trincea», è fervida culla per tisi e dissenteria, mentre fino alla popolazione giungono i virus del vaiolo, dell’encefalite, della meningite cerebro-spinale e di altre malattie infettive epidemiche mortali. Inoltre, l’impiego di enormi mezzi corazzati portatori di morte (quali aeroplani e carrarmati) ed il parimenti nuovo uso dei gas tossici letali (quali l’iprite, o mustard gas) concorrono all’affermazione, sempre di Cosmacini, che «La guerra è anche, più che mai, guerra psicologica».

Resisi ben presto conto, e trovandosi a fare i conti con tutto ciò, gli eserciti belligeranti cercano di organizzare al meglio, in un continuo stato di emergenza, il proprio servizio sanitario militare.

In Italia, il Servizio sanitario militare dipende dal Ministero della Guerra per le retrovie, dal Comando supremo e dalla Direzioni di sanità d’armata per il fronte (1a e 2a armata delle Alpi Giulie, 3a nel Cadore e 4a in Trentino). Ferruccio Botti spiega chiaramente l’organizzazione generale del Servizio: presso il Ministero è attivo l’Ispettorato di sanità militare che esercita funzioni consultive nei confronti del Ministero stesso e di supremo organo medico-legale, mentre la funzioni direttive sono affidate alle diverse direzioni e uffici del Ministero. Successivamente, una maggiore centralizzazione è raggiunta dapprima con l’istituzione dell’“ufficio sanitario” presso il Ministero stesso, poi con la sostituzione di questo con la “direzione generale di sanità militare”, articolata in quattro divisioni: 1a  personale, 2a atti sanitari ed affari generali, 3a materiale, 4a servizi tecnici (igiene, profilassi e vaccinazioni; statistica sanitaria militare; servizio ospedaliero; invalidi di guerra). Per le zone di operazione, dalle Direzioni di sanità d’armata dipendono una moltitudine di organi esecutivi, tra i quali vanno citati: le ambulanze chirurgiche, attrezzate per la bonifica dai gas; l’apparecchio radiologico someggiato (inventato da Ferrero di Cavallerleone e già utilizzato in Libia nel 1911); infermerie temporanee e di primo intervento; ospedali da campo e territoriali; treni merci attrezzati (47 in totale nella Grande guerra, per sgomberi di durata inferiore alle 8 ore) e treni ospedale (22 forniti dalla Croce Rossa Italiana e 4 dal Sovrano Militare Ordine di Malta); le ambulanze fluviali e marittime. L’impiego massivo dell’automezzo consente di congiungere facilmente la ferrovia con la prima linea e rende più agevole gli sgomberi dei feriti/malati in una politica improntata dal Comando Supremo al «trattenere il massimo numero di degenti in zona di guerra, per facilitarne il recupero (che per varie ragioni diventa molto difficile una volta che essi sono usciti dalla zona soggetta alla giurisdizione del Comando Supremo)» (Botti). La “politica degli sgomberi”, quindi, imponeva che solo i malati o feriti gravi (con prognosi oltre i 30 giorni) potessero uscire dalla zona delle operazioni, mentre quelli lievi, gli intrasportabili e quelli gravi ma trasportabili potevano essere curati sul posto ricorrendo agli organi esecutivi di cura. Il Giornale di Medicina Militare ricorda come gli sgomberi verso gli ospedali territoriali sfiorarono, in alcuni mesi dei quattro anni di guerra, le centomila unità (95.000 nel maggio 1917, altrettanti nell’agosto 1916 e 90.000 nel novembre 1915).

Per quanto riguarda gli organi operativi, l’unità di base è la Sezione di Sanità reggimentale, diretta da un capitano medico chirurgo; citando i «Ricordi» del capitano di Stato Maggiore Lambert, questa aveva il compito di «medicare ed operare-sgombrare i feriti sugli stabilimenti di campagna o improvvisati retrostanti» ed era divisa in due Reparti di Sanità di battaglione, comandati da un tenente medico chirurgo e dotati di materiale sanitario (barelle, bende, garze, lacci emostatici, stecche, aghi, forbici, bisturi, ecc.) e farmaci (alcool, acqua ossigenata, tintura di iodio, naftalina, morfina, cloroformio, antiparassitari). Il Reparto di Sanità era formato da «uno o due aspiranti ufficiali medici subalterni, da un cappellano militare e da circa una trentina di militari infermieri, portaferiti e barellieri […] divisi in squadre da dieci elementi ripartite tra le varie compagnie dirette da sergenti o caporali Aiutanti di Sanità in numero di due per battaglione» (Giachino, in Il silenzio e la cura).

Nelle infermerie di campo, quanto più possibili lontane dal fuoco avversario, sono medicati i soldati che non riescono a provvedervi da soli; viene quindi valutata l’entità della ferita: se lieve, il soldato viene «riabilitato» e rimandato al fronte (scortato dai carabinieri in caso se ne ravvisi la possibilità di diserzione), se più grave, viene caricato su mulo o autoambulanza verso l’ospedaletto di tappa più vicino e da qui, qualora ritenuto «salvabile», all’ospedale territoriale nelle retrovie. Nel 1917 sono 450 gli ospedali militari in Italia, con capienza tra i 50 e i 200 posti letto, ai quali si affiancano gli ospedali locali di fortuna (Cosmacini). L’organizzazione infatti, nonostante i progressi della scienza medica, si mostra infatti, fin dalle prime fasi del conflitto, carente ed insufficiente a gestire l’enorme quantità di feriti e di malattie che la guerra produceva di giorno in giorno. Infatti, lo sgombero di ammalati e feriti dalla zona delle operazioni verso il Paese cresce con il passare degli anni di guerra: 81.000 nel 1915, 142.000 nel 1916, 305.000 nel 1917 e 334.000 nel 1918. Gli ufficiali medici passano dai 5.236 del maggio 1915 a 14.000 nel 1916 e 17.700 nel 1918; questo aumento, però, non è sufficiente dal momento che, ad un lieve incremento degli organi esecutivi sanitari di base di campagna, specialmente in prima linea (da 53 ad 89 sezioni sanità), corrisponde una forza di combattenti  effettivi in campo triplicata dal 1915 al 1918 (Botti). Gli ufficiali medici sono peraltro affiancati, come abbiamo detto, oltre che da sottoufficiali e graduati della sanità, anche da soldati barellieri istruiti alla bisogna e da studenti di medicina dell’ultimo biennio reclutati nelle retrovie e inviati al fronte dopo sbrigativi corsi abilitanti.

Alla variegata gamma di ferite da arma da fuoco si aggiungono malattie ed infezioni ad alta mortalità (come la gangrena gassosa), ma è la malattia della mente a dominare per la prima volta gli studi e gli interessi degli ufficiali medici: l’arrendevolezza, comune a tutti i soldati, verso un destino ineluttabile di morte subitanea poteva produrre in alcuni casi dei disturbi psichici, che oggi diremmo “da stress post-traumatico”, in soggetti grossolanamente definiti «scemi di guerra».

Ferrara costituì, per l’approfondimento clinico di questa psicopatologia, una delle eccellenze a livello nazionale.

A Ferrara il manicomio, fondato a metà Ottocento, era stato organizzato dal direttore Clodomiro Bonfigli nell’ultimo quarto del secolo; cionondimeno, ragioni umanitarie, morali ed ovviamente militari imponevano di fornire assistenza psichiatrica anche in tempo di guerra (il testo di Montella, Paolella, Ratti è uno dei riferimenti fondamentali per questo paragrafo). Nelle retrovie emiliane, il servizio di assistenza per gli psicopatici era stato approntato in modo molto più funzionale rispetto a quello per i neuropatici (per i militari erano stati creati padiglioni speciali nei manicomi di Imola, Bologna, Reggio Emilia e Parma); Ferrara costituì un’eccezione: qui infatti era sorto l’ospedale militare neurologico “Villa del Seminario” in una villa a pochi chilometri dal centro città, il primo del suo genere in Italia.

Nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) è conservata una relazione sull’opera sanitaria prestata durante la Grande Guerra, in più volumi, uno dei quali riguarda il servizio neuropsichiatrico; qui, alla p. 393 possiamo leggere (tutte le sottolineature sono in originale):

[…] Assai meno completa in principio era invece l’organizzazione del servizio neurologico specializzato, nelle retrovie e nella zona territoriale: servizio che, nel mese di giugno del 1916 era disposto nel modo seguente:

  1. Milano, nel reparto neurologico militare dell’ospedale maggiore, capace di 50 letti.
  2. Torino, nella clinica neuropatologica.
  • Alessandria, in un reparto dell’ospedale militare (80 letti).
  1. Genova, in un reparto speciale dell’ospedale militare principale (120).
  2. Ferrara, nel reparto speciale di nuova formazione, capace di 220 letti.

Più tardi, a questi si aggiunsero, fra gli altri il rearto [sic] neurologico di Roma, situato in una villa del Gianicolo e capace di 80 letti, e il reparto neurologico di Treviso [… ]

(Fondo B-1. “Relazione dell’opera sanitaria svolta dal 1915 al 1918”, vol. 5. “Servizio neuropsichiatrico” 1915-1918).

Da questa relazione è ben possibile osservare la specificità dell’Ospedale ferrarese, nato su iniziativa del maggiore medico e vice-direttore del manicomio di Ferrara Gaetano Boschi, che poteva contare anche sugli psichiatri Padovani e Montemezzi, richiamati dal fronte: nell’ottobre del 1915, infatti, erano già 180 gli psichiatri in prima linea. A quel tempo, gli psichiatri di guerra, nell’indagare l’eziologia dei disturbi, si posizionavano su posizioni abbastanza in linea fra loro: si citino ad esempio, Giacomo Pighini, proveniente dal “San Lazzaro” di Modena, che dedicava il suo servizio a sbugiardare i simulatori, convinto che i veri malati non fossero più di un quinto dei militari visitati e che la guerra, «palestra dei forti» che «smaschera le debolezze umane», facesse ammalare solo coloro già geneticamente predisposti; o Giulio Cesare Ferrari, direttore del manicomio di Imola, che si aggirava tra i soldati delle prime linee per osservarne la psicologia, improntando i suoi studi sulla piaga dei «pellandroni», particolare categoria di simulatori renitenti e passivi da lui considerati «se non dei malati, degli anormali». In questo scenario, l’“esperimento” di Boschi a Ferrara assumeva un ruolo quantomeno singolare ed innovativo, essendo il primo centro specializzato che andava ad indagare le nevrosi sulla base della convinzione che la guerra, evento di grande potere psicopatogeno, «non solo avrebbe risvegliato le predisposizioni, ma avrebbe pure forse creato malattie anche là dove predisposizione vera e propria non fosse esistita o fosse stata di per sé trascurabile». Rimandando per approfondimenti al capitolo di questa ricerca dedicato alla Villa del Seminario, vogliamo dedicare qualche riga al ruolo del rapporto che si instaurò a Ferrara tra medicina di guerra e ricerca accademica (Cappellari, in Il silenzio e la cura).

Sotto la presidenza di Gaetano Boschi (1914-1916), l’Accademia delle scienze mediche e naturali di Ferrara istituì le Riunioni Medico Militari con il benestare dell’Ispettorato della sanità Militare. Nella prima riunione ferrarese del 25 giugno 1916, a Palazzo Paradiso, Boschi

si soffermò sull’importanza della psichiatria in ambito militare. In particolare stigmatizzò l’enunciato che “i matti restan sempre matti” evidenziando che “le forme mentali di guerra hanno ben di frequente un pronostico definitivamente fausto”. Sottolineò “il potere curativo dell’atmosfera psichiatrica” per la quale “l’irrequietezza dei malati si tranquillizza, la confusione si dissipa, l’ordine si ricompone quasi miracolosamente, poco dopo l’ingresso del malato nell’istituto psichiatrico”. […] Per quello che riguarda la simulazione psichiatrica il Boschi introdusse il concetto della “simulazione incosciente” ove i simulatori possono essere affetti effettivamente da nevrosi: “il rilievo di fatti simulatori non vuol dire che tutto sia simulazione, come il rilievo di sintomi patologici non vuol dire che sia malattia ciò che costituisce l’inservibilità al servizio militare” (Cappellari).

La riunione dell’8 ottobre 1916 si tiene alla Villa del Seminario, dove Boschi illustra ai quaranta convenuti il funzionamento e le specificità della struttura; in quella del 29 ottobre, ancora al Palazzo dell’Università, Boschi affronta il problema del congelamento delle estremità dei soldati, propone una nuova divisa militare (reputando antigenico il collo di quella attuale), si sofferma sul problema della sciatica nei militari e sulla necessità, nella diagnostica, di «un esame combinato, neurologico e psicologico». Nella seduta del 26 novembre a Palazzo Paradiso, che vede tra i presenti Cesare Minerbi, nonno materno di Giorgio Bassani, per quarant’anni primario al Sant’Anna, si discute il problema dei “mutilati funzionali” e Boschi si batte per chiedere alla commissione parlamentare per la protezione e l’assistenza degli orfani e degli invalidi di guerra un particolare trattamento per questa categoria.

Contemporaneamente alle riunioni degli accademici e alle cure neurologiche di Boschi nella villa di Aguscello, a Ferrara era ben attiva una vasta rete di assistenza diretta rivolta ai militari e a tutti i coinvolti a vario titolo negli sconvolgimenti bellici, retta dalla Croce Rossa Italiana e dalla Sanità Militare. In aggiunta,

[…] il Comune di Ferrara dovette affrontare altri incarichi complessi quali: assistenza agli orfani di guerra e ai profughi provenienti dall’Austria e dalle zone interessate dal conflitto, servizio di leva, alloggiamento delle truppe, pagamento dei sussidi ai parenti dei richiamati, servizio delle pensioni di guerra, collocamento degli operai per la realizzazione di opere nelle zone di conflitto e per il confezionamento di indumenti militari, passaporti per l’interno, approvvigionamento e tesseramento dei generi di prima necessità (Scafuri, in Il silenzio e la cura).

Nel 1915, in particolare, il Comune, per far fronte allo stato di emergenza, cedette all’Amministrazione militare alcuni edifici che rivestiranno il ruolo di reparti dell’Ospedale Militare di Riserva di Ferrara: lo stabile delle “Regie Scuole tecniche maschili e femminili” in via Savonarola (aperto il 17 giugno 1915), le scuole “Battista Guarini” in via Bellaria (22 settembre 1915, solo per gli ammalati), “Alfonso Varano” in via Ghiara e “Regina Elena” in via Carlo Mayr, adiacente alla chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Scafuri). Un reparto speciale dell’Ospedale Militare di Riserva era la già più volte citata Villa del Seminario, inaugurata nel marzo 1916. L’Ospedale Militare di Riserva di Ferrara, che dopo Caporetto diventò Ospedale di Tappa, ospitò 7.000 militari tra feriti e ammalati solo nel primo anno dall’apertura del primo reparto, per raggiungere il picco di 26.182 ricoverati nel 1918.

Accanto agli ospedali militari, a Ferrara erano attivi anche i Servizi Sanitari Territoriali, che potevano servire ottimamente alle esigenze dei provenienti dal fronte, trovandosi in una città di medie dimensioni lontana dalle prime linee (Lodi, in Il silenzio e la cura).

I soldati feriti o ammalati arrivavano in treno o su autocarri alla stazione di Ferrara; qui era attivo il Posto di conforto, retto dalla Croce Rossa insieme alla Società “Dante Alighieri” e presieduto da Eugenia Sani Caroli, in cui le Dame fornivano una prima assistenza. Successivamente, venivano trasportati in autoambulanza o in tram verso il vecchio Sant’Anna in via Boldini o verso il nuovo Arcispedale presso Prospettiva di corso della Giovecca. Dal momento che la tramvia terminava all’incrocio tra la stessa Giovecca e via Montebello, la linea fu prolungata fino al nuovo ospedale a spese del Governo centrale, su interessamento del sindaco di Ferrara Ettore Magni e del presidente della Sezione ferrarese della Croce Rossa Italiana Francesco Avogadri. L’Ospedale Territoriale di Ferrara, nel nuovo Sant’Anna ospitò i primi 150 militari scesi dal treno sanitario il 22 giugno 1915 ed arrivò in seguito a dotarsi di ben 400 posti letto, divenendo il più grande ospedale della Croce Rossa in Italia.

Un’ultima menzione sui medici ferraresi caduti e decorati durante il primo conflitto: fra i primi, il copparese Renato Buosi del 63° Reggimento Fanteria, morto sul campo; Ezio Savonuzzi di Vigarano Mainarda, tenente del 2° Reggimento Alpini, in un ospedale da campo; Romerio Finotti di Copparo, della Direzione Sanità di Bologna, deceduto in operazioni belliche. Fra i decorati al valor militare: Ferruccio Pavanetto (29° reparto d’assalto, medaglia d’argento), Enzo Bottoni (215° Reggimento Fanteria, medaglia di bronzo), Enrico Caretti (capitano medico del 266° Reggimento Fanteria, medaglia di bronzo), Giacomo Minerbi (tenente medico, medaglia di bronzo), il maggiore Annibale Ghedini, il tenente Mario Novi e il tenente Sennen Riva, tutti della 6a ambulanza chirurgica del 13° Corpo d’Armata e tutti decorati con medaglia di bronzo (Gallotta, in Il silenzio e la cura).

Vogliamo terminare il nostro contributo con queste parole di Cosmacini dal testo già citato Guerra e medicina. Dall’antichità a oggi, che, a nostro avviso, devono necessariamente far riflettere:

Nonostante l’inadeguatezza, le insufficienze e i ritardi della sua sanità militare, l’Italia è nazione che siede dalla parte dei vincitori al tavolo della pace, il 28 giugno 1919, a Versailles. La Germania, nonostante la superiorità del suo servizio sanitario di guerra, ereditato dalla Prussia e perfezionato dall’organizzazione imperiale e dall’avanzata scienza medica tedesca, siede allo stesso tavolo, ma come nazione che ha perso. Una buona sanità militare non le ha giovato per vincere la guerra. La buona sanità non assicura la vittoria, né una sanità meno buona espone necessariamente alla sconfitta. La sanità, militare o civile, ha tutt’altri, più nobili scopi.

 

Bibliografia

  1. Lambert <Cap. di Stato Maggiore>, Ricordi logistici e tattici, Livorno, Officina d’arti grafiche G. Chiappini, 1909, pp. 227-245; Ferruccio Ferrajoli <Mag. Gen. Med. Prof.>, Il servizio sanitario militare nella guerra 1915-1918 (Nel cinquantenario della vittoria), «Giornale di Medicina Militare», pubblicato a cura del Servizio Sanitario dell’Esercito, a. CXVIII, fasc. 6, 1968, pp. 501-516; Giorgio Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. 1348-1918, Roma-Bari, Laterza, 1987 Ferruccio Botti, La logistica dell’Esercito Italiano (1831-1981): vol. II I servizi dalla nascita dell’Esercito Italiano alla Prima Guerra Mondiale (1861-1918), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1991; Francesco Paolella, La neuro-psichiatria in Emilia Romagna durante la Grande Guerra, in Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale, a cura di Fabio Montella, Francesco Paolella, Felicita Ratti, Bologna, CLUEB, 2010, pp. 67-110; Leonardo Raito, Gaetano Boschi. Sviluppi della neuropsichiatria di guerra (1915-1918), Roma, Carocci, 2010; Giorgio Cosmacini, Guerra e medicina. Dall’antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2011; Lorenzo Cappellari, Chirurgia di guerra e medicina accademica, in Il silenzio e la cura. Vite di medici e cittadini ferraresi nelle Grandi Guerre del Novecento, Ferrara, Faust, 2015, pp. 64-77; Francesco Scafuri, L’impegno sociale e sanitario del Comune di Ferrara nel quadriennio 1915-1918, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 108-121; Gianluca Lodi, Ferrara, baluardo del Servizio Sanitario Militare negli anni della Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 122-130; Mario Gallotta, Le stellette e il camice bianco. Medici ferraresi in guerra fra il 1915 e il 1945, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 161-169; Paolo Sturla Avogadri, Il ruolo pioniere di Ferrara nell’assistenza socio-sanitaria nella Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 170-177; Achille Maria Giachino, Ospedali da campo nella Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 199-205.

 

Fonti archivistiche

ASPI – Archivio storico della psicologia italiana, https://www.aspi.unimib.it/

 

Roma, Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME):

B-1 “Diari I Guerra Mondiale”, «Relazione dell’opera sanitaria svolta dal 1915 al 1918», vol. 5 «Servizio neuropsichiatrico 1915-1918».

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 11, fascc. 209-214.

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 24, fascc. 318-325.

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 25, fascc. 326-330.

 

E.M.

Il servizio sanitario militare nella Grande Guerra:

linee generali e caso ferrarese

 

La Prima Guerra Mondiale produsse un numero stimato di morti tra i dieci e i dodici milioni e fu considerata una vera e propria “nuova peste”, la peste del Novecento, nel suo indurre intensi sconvolgimenti demografici presso i popoli dei Paesi coinvolti, tra morti in battaglia, epidemie negli eserciti ed estese tra i civili, carestie, annientamento di vaste porzioni di territorio e di intere famiglie. Il Giornale di Medicina Militare, pubblicato a cura del Sevizio sanitario dell’Esercito per i cinquanta anni della vittoria, rileva un numero di caduti italiani di 680.071, dei quali 406.000 per fatti bellici; l’Esercito italiano riportò 402.000 perdite, di cui 317.000 sul campo di battaglia, 69.000 per ferite negli ospedali o in casa propria e 16.000 in prigionia. I feriti (non comprendendo quelli in prigionia) sono stimati in 950.000 (il 16,57% dei mobilitati), gli invalidi a seguito di ferite o malattie 462.812.

La Grande Guerra impone un forte freno ad un secolo di crescita demografica: come ricorda Cosmacini, la vasta mobilitazione degli eserciti intensifica il rischio di propagazione dei contagi; le fila dei combattenti sono falcidiate dal tifo e dal colera e si riaffaccia, dopo il periodo di pace, anche il pericolo del contagio malarico. Muoiono a decine di migliaia per tubercolosi e per la nuova epidemia di influenza spagnola, definita dai tedeschi «catarro lampo»; l’inedita caratteristica di guerra di posizione, il «sistema trincea», è fervida culla per tisi e dissenteria, mentre fino alla popolazione giungono i virus del vaiolo, dell’encefalite, della meningite cerebro-spinale e di altre malattie infettive epidemiche mortali. Inoltre, l’impiego di enormi mezzi corazzati portatori di morte (quali aeroplani e carrarmati) ed il parimenti nuovo uso dei gas tossici letali (quali l’iprite, o mustard gas) concorrono all’affermazione, sempre di Cosmacini, che «La guerra è anche, più che mai, guerra psicologica».

Resisi ben presto conto, e trovandosi a fare i conti con tutto ciò, gli eserciti belligeranti cercano di organizzare al meglio, in un continuo stato di emergenza, il proprio servizio sanitario militare.

In Italia, il Servizio sanitario militare dipende dal Ministero della Guerra per le retrovie, dal Comando supremo e dalla Direzioni di sanità d’armata per il fronte (1a e 2a armata delle Alpi Giulie, 3a nel Cadore e 4a in Trentino). Ferruccio Botti spiega chiaramente l’organizzazione generale del Servizio: presso il Ministero è attivo l’Ispettorato di sanità militare che esercita funzioni consultive nei confronti del Ministero stesso e di supremo organo medico-legale, mentre la funzioni direttive sono affidate alle diverse direzioni e uffici del Ministero. Successivamente, una maggiore centralizzazione è raggiunta dapprima con l’istituzione dell’“ufficio sanitario” presso il Ministero stesso, poi con la sostituzione di questo con la “direzione generale di sanità militare”, articolata in quattro divisioni: 1a  personale, 2a atti sanitari ed affari generali, 3a materiale, 4a servizi tecnici (igiene, profilassi e vaccinazioni; statistica sanitaria militare; servizio ospedaliero; invalidi di guerra). Per le zone di operazione, dalle Direzioni di sanità d’armata dipendono una moltitudine di organi esecutivi, tra i quali vanno citati: le ambulanze chirurgiche, attrezzate per la bonifica dai gas; l’apparecchio radiologico someggiato (inventato da Ferrero di Cavallerleone e già utilizzato in Libia nel 1911); infermerie temporanee e di primo intervento; ospedali da campo e territoriali; treni merci attrezzati (47 in totale nella Grande guerra, per sgomberi di durata inferiore alle 8 ore) e treni ospedale (22 forniti dalla Croce Rossa Italiana e 4 dal Sovrano Militare Ordine di Malta); le ambulanze fluviali e marittime. L’impiego massivo dell’automezzo consente di congiungere facilmente la ferrovia con la prima linea e rende più agevole gli sgomberi dei feriti/malati in una politica improntata dal Comando Supremo al «trattenere il massimo numero di degenti in zona di guerra, per facilitarne il recupero (che per varie ragioni diventa molto difficile una volta che essi sono usciti dalla zona soggetta alla giurisdizione del Comando Supremo)» (Botti). La “politica degli sgomberi”, quindi, imponeva che solo i malati o feriti gravi (con prognosi oltre i 30 giorni) potessero uscire dalla zona delle operazioni, mentre quelli lievi, gli intrasportabili e quelli gravi ma trasportabili potevano essere curati sul posto ricorrendo agli organi esecutivi di cura. Il Giornale di Medicina Militare ricorda come gli sgomberi verso gli ospedali territoriali sfiorarono, in alcuni mesi dei quattro anni di guerra, le centomila unità (95.000 nel maggio 1917, altrettanti nell’agosto 1916 e 90.000 nel novembre 1915).

Per quanto riguarda gli organi operativi, l’unità di base è la Sezione di Sanità reggimentale, diretta da un capitano medico chirurgo; citando i «Ricordi» del capitano di Stato Maggiore Lambert, questa aveva il compito di «medicare ed operare-sgombrare i feriti sugli stabilimenti di campagna o improvvisati retrostanti» ed era divisa in due Reparti di Sanità di battaglione, comandati da un tenente medico chirurgo e dotati di materiale sanitario (barelle, bende, garze, lacci emostatici, stecche, aghi, forbici, bisturi, ecc.) e farmaci (alcool, acqua ossigenata, tintura di iodio, naftalina, morfina, cloroformio, antiparassitari). Il Reparto di Sanità era formato da «uno o due aspiranti ufficiali medici subalterni, da un cappellano militare e da circa una trentina di militari infermieri, portaferiti e barellieri […] divisi in squadre da dieci elementi ripartite tra le varie compagnie dirette da sergenti o caporali Aiutanti di Sanità in numero di due per battaglione» (Giachino, in Il silenzio e la cura).

Nelle infermerie di campo, quanto più possibili lontane dal fuoco avversario, sono medicati i soldati che non riescono a provvedervi da soli; viene quindi valutata l’entità della ferita: se lieve, il soldato viene «riabilitato» e rimandato al fronte (scortato dai carabinieri in caso se ne ravvisi la possibilità di diserzione), se più grave, viene caricato su mulo o autoambulanza verso l’ospedaletto di tappa più vicino e da qui, qualora ritenuto «salvabile», all’ospedale territoriale nelle retrovie. Nel 1917 sono 450 gli ospedali militari in Italia, con capienza tra i 50 e i 200 posti letto, ai quali si affiancano gli ospedali locali di fortuna (Cosmacini). L’organizzazione infatti, nonostante i progressi della scienza medica, si mostra infatti, fin dalle prime fasi del conflitto, carente ed insufficiente a gestire l’enorme quantità di feriti e di malattie che la guerra produceva di giorno in giorno. Infatti, lo sgombero di ammalati e feriti dalla zona delle operazioni verso il Paese cresce con il passare degli anni di guerra: 81.000 nel 1915, 142.000 nel 1916, 305.000 nel 1917 e 334.000 nel 1918. Gli ufficiali medici passano dai 5.236 del maggio 1915 a 14.000 nel 1916 e 17.700 nel 1918; questo aumento, però, non è sufficiente dal momento che, ad un lieve incremento degli organi esecutivi sanitari di base di campagna, specialmente in prima linea (da 53 ad 89 sezioni sanità), corrisponde una forza di combattenti  effettivi in campo triplicata dal 1915 al 1918 (Botti). Gli ufficiali medici sono peraltro affiancati, come abbiamo detto, oltre che da sottoufficiali e graduati della sanità, anche da soldati barellieri istruiti alla bisogna e da studenti di medicina dell’ultimo biennio reclutati nelle retrovie e inviati al fronte dopo sbrigativi corsi abilitanti.

Alla variegata gamma di ferite da arma da fuoco si aggiungono malattie ed infezioni ad alta mortalità (come la gangrena gassosa), ma è la malattia della mente a dominare per la prima volta gli studi e gli interessi degli ufficiali medici: l’arrendevolezza, comune a tutti i soldati, verso un destino ineluttabile di morte subitanea poteva produrre in alcuni casi dei disturbi psichici, che oggi diremmo “da stress post-traumatico”, in soggetti grossolanamente definiti «scemi di guerra».

Ferrara costituì, per l’approfondimento clinico di questa psicopatologia, una delle eccellenze a livello nazionale.

 

A Ferrara il manicomio, fondato a metà Ottocento, era stato organizzato dal direttore Clodomiro Bonfigli nell’ultimo quarto del secolo; cionondimeno, ragioni umanitarie, morali ed ovviamente militari imponevano di fornire assistenza psichiatrica anche in tempo di guerra (il testo di Montella, Paolella, Ratti è uno dei riferimenti fondamentali per questo paragrafo). Nelle retrovie emiliane, il servizio di assistenza per gli psicopatici era stato approntato in modo molto più funzionale rispetto a quello per i neuropatici (per i militari erano stati creati padiglioni speciali nei manicomi di Imola, Bologna, Reggio Emilia e Parma); Ferrara costituì un’eccezione: qui infatti era sorto l’ospedale militare neurologico “Villa del Seminario” in una villa a pochi chilometri dal centro città, il primo del suo genere in Italia.

 

Nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) è conservata una relazione sull’opera sanitaria prestata durante la Grande Guerra, in più volumi, uno dei quali riguarda il servizio neuropsichiatrico; qui, alla p. 393 possiamo leggere (tutte le sottolineature sono in originale):

 

[…] Assai meno completa in principio era invece l’organizzazione del servizio neurologico specializzato, nelle retrovie e nella zona territoriale: servizio che, nel mese di giugno del 1916 era disposto nel modo seguente:

  1. Milano, nel reparto neurologico militare dell’ospedale maggiore, capace di 50 letti.
  2. Torino, nella clinica neuropatologica.
  • Alessandria, in un reparto dell’ospedale militare (80 letti).
  1. Genova, in un reparto speciale dell’ospedale militare principale (120).
  2. Ferrara, nel reparto speciale di nuova formazione, capace di 220 letti.

Più tardi, a questi si aggiunsero, fra gli altri il rearto [sic] neurologico di Roma, situato in una villa del Gianicolo e capace di 80 letti, e il reparto neurologico di Treviso [… ]

(Fondo B-1. “Relazione dell’opera sanitaria svolta dal 1915 al 1918”, vol. 5. “Servizio neuropsichiatrico” 1915-1918).

 

Da questa relazione è ben possibile osservare la specificità dell’Ospedale ferrarese, nato su iniziativa del maggiore medico e vice-direttore del manicomio di Ferrara Gaetano Boschi, che poteva contare anche sugli psichiatri Padovani e Montemezzi, richiamati dal fronte: nell’ottobre del 1915, infatti, erano già 180 gli psichiatri in prima linea. A quel tempo, gli psichiatri di guerra, nell’indagare l’eziologia dei disturbi, si posizionavano su posizioni abbastanza in linea fra loro: si citino ad esempio, Giacomo Pighini, proveniente dal “San Lazzaro” di Modena, che dedicava il suo servizio a sbugiardare i simulatori, convinto che i veri malati non fossero più di un quinto dei militari visitati e che la guerra, «palestra dei forti» che «smaschera le debolezze umane», facesse ammalare solo coloro già geneticamente predisposti; o Giulio Cesare Ferrari, direttore del manicomio di Imola, che si aggirava tra i soldati delle prime linee per osservarne la psicologia, improntando i suoi studi sulla piaga dei «pellandroni», particolare categoria di simulatori renitenti e passivi da lui considerati «se non dei malati, degli anormali». In questo scenario, l’“esperimento” di Boschi a Ferrara assumeva un ruolo quantomeno singolare ed innovativo, essendo il primo centro specializzato che andava ad indagare le nevrosi sulla base della convinzione che la guerra, evento di grande potere psicopatogeno, «non solo avrebbe risvegliato le predisposizioni, ma avrebbe pure forse creato malattie anche là dove predisposizione vera e propria non fosse esistita o fosse stata di per sé trascurabile». Rimandando per approfondimenti al capitolo di questa ricerca dedicato alla Villa del Seminario, vogliamo dedicare qualche riga al ruolo del rapporto che si instaurò a Ferrara tra medicina di guerra e ricerca accademica (Cappellari, in Il silenzio e la cura).

Sotto la presidenza di Gaetano Boschi (1914-1916), l’Accademia delle scienze mediche e naturali di Ferrara istituì le Riunioni Medico Militari con il benestare dell’Ispettorato della sanità Militare. Nella prima riunione ferrarese del 25 giugno 1916, a Palazzo Paradiso, Boschi si soffermò sull’importanza della psichiatria in ambito militare. In particolare stigmatizzò l’enunciato che “i matti restan sempre matti” evidenziando che “le forme mentali di guerra hanno ben di frequente un pronostico definitivamente fausto”. Sottolineò “il potere curativo dell’atmosfera psichiatrica” per la quale “l’irrequietezza dei malati si tranquillizza, la confusione si dissipa, l’ordine si ricompone quasi miracolosamente, poco dopo l’ingresso del malato nell’istituto psichiatrico”. […] Per quello che riguarda la simulazione psichiatrica il Boschi introdusse il concetto della “simulazione incosciente” ove i simulatori possono essere affetti effettivamente da nevrosi: “il rilievo di fatti simulatori non vuol dire che tutto sia simulazione, come il rilievo di sintomi patologici non vuol dire che sia malattia ciò che costituisce l’inservibilità al servizio militare” (Cappellari).

La riunione dell’8 ottobre 1916 si tiene alla Villa del Seminario, dove Boschi illustra ai quaranta convenuti il funzionamento e le specificità della struttura; in quella del 29 ottobre, ancora al Palazzo dell’Università, Boschi affronta il problema del congelamento delle estremità dei soldati, propone una nuova divisa militare (reputando antigenico il collo di quella attuale), si sofferma sul problema della sciatica nei militari e sulla necessità, nella diagnostica, di «un esame combinato, neurologico e psicologico». Nella seduta del 26 novembre a Palazzo Paradiso, che vede tra i presenti Cesare Minerbi, nonno materno di Giorgio Bassani, per quarant’anni primario al Sant’Anna, si discute il problema dei “mutilati funzionali” e Boschi si batte per chiedere alla commissione parlamentare per la protezione e l’assistenza degli orfani e degli invalidi di guerra un particolare trattamento per questa categoria.

Contemporaneamente alle riunioni degli accademici e alle cure neurologiche di Boschi nella villa di Aguscello, a Ferrara era ben attiva una vasta rete di assistenza diretta rivolta ai militari e a tutti i coinvolti a vario titolo negli sconvolgimenti bellici, retta dalla Croce Rossa Italiana e dalla Sanità Militare. In aggiunta,

[…] il Comune di Ferrara dovette affrontare altri incarichi complessi quali: assistenza agli orfani di guerra e ai profughi provenienti dall’Austria e dalle zone interessate dal conflitto, servizio di leva, alloggiamento delle truppe, pagamento dei sussidi ai parenti dei richiamati, servizio delle pensioni di guerra, collocamento degli operai per la realizzazione di opere nelle zone di conflitto e per il confezionamento di indumenti militari, passaporti per l’interno, approvvigionamento e tesseramento dei generi di prima necessità (Scafuri, in Il silenzio e la cura).

Nel 1915, in particolare, il Comune, per far fronte allo stato di emergenza, cedette all’Amministrazione militare alcuni edifici che rivestiranno il ruolo di reparti dell’Ospedale Militare di Riserva di Ferrara: lo stabile delle “Regie Scuole tecniche maschili e femminili” in via Savonarola (aperto il 17 giugno 1915), le scuole “Battista Guarini” in via Bellaria (22 settembre 1915, solo per gli ammalati), “Alfonso Varano” in via Ghiara e “Regina Elena” in via Carlo Mayr, adiacente alla chiesa dei Santi Giuseppe, Tecla e Rita (Scafuri). Un reparto speciale dell’Ospedale Militare di Riserva era la già più volte citata Villa del Seminario, inaugurata nel marzo 1916. L’Ospedale Militare di Riserva di Ferrara, che dopo Caporetto diventò Ospedale di Tappa, ospitò 7.000 militari tra feriti e ammalati solo nel primo anno dall’apertura del primo reparto, per raggiungere il picco di 26.182 ricoverati nel 1918.

Accanto agli ospedali militari, a Ferrara erano attivi anche i Servizi Sanitari Territoriali, che potevano servire ottimamente alle esigenze dei provenienti dal fronte, trovandosi in una città di medie dimensioni lontana dalle prime linee (Lodi, in Il silenzio e la cura).

I soldati feriti o ammalati arrivavano in treno o su autocarri alla stazione di Ferrara; qui era attivo il Posto di conforto, retto dalla Croce Rossa insieme alla Società “Dante Alighieri” e presieduto da Eugenia Sani Caroli, in cui le Dame fornivano una prima assistenza. Successivamente, venivano trasportati in autoambulanza o in tram verso il vecchio Sant’Anna in via Boldini o verso il nuovo Arcispedale presso Prospettiva di corso della Giovecca. Dal momento che la tramvia terminava all’incrocio tra la stessa Giovecca e via Montebello, la linea fu prolungata fino al nuovo ospedale a spese del Governo centrale, su interessamento del sindaco di Ferrara Ettore Magni e del presidente della Sezione ferrarese della Croce Rossa Italiana Francesco Avogadri. L’Ospedale Territoriale di Ferrara, nel nuovo Sant’Anna ospitò i primi 150 militari scesi dal treno sanitario il 22 giugno 1915 ed arrivò in seguito a dotarsi di ben 400 posti letto, divenendo il più grande ospedale della Croce Rossa in Italia.

Un’ultima menzione sui medici ferraresi caduti e decorati durante il primo conflitto: fra i primi, il copparese Renato Buosi del 63° Reggimento Fanteria, morto sul campo; Ezio Savonuzzi di Vigarano Mainarda, tenente del 2° Reggimento Alpini, in un ospedale da campo; Romerio Finotti di Copparo, della Direzione Sanità di Bologna, deceduto in operazioni belliche. Fra i decorati al valor militare: Ferruccio Pavanetto (29° reparto d’assalto, medaglia d’argento), Enzo Bottoni (215° Reggimento Fanteria, medaglia di bronzo), Enrico Caretti (capitano medico del 266° Reggimento Fanteria, medaglia di bronzo), Giacomo Minerbi (tenente medico, medaglia di bronzo), il maggiore Annibale Ghedini, il tenente Mario Novi e il tenente Sennen Riva, tutti della 6a ambulanza chirurgica del 13° Corpo d’Armata e tutti decorati con medaglia di bronzo (Gallotta, in Il silenzio e la cura).

Vogliamo terminare il nostro contributo con queste parole di Cosmacini dal testo già citato Guerra e medicina. Dall’antichità a oggi, che, a nostro avviso, devono necessariamente far riflettere:

Nonostante l’inadeguatezza, le insufficienze e i ritardi della sua sanità militare, l’Italia è nazione che siede dalla parte dei vincitori al tavolo della pace, il 28 giugno 1919, a Versailles. La Germania, nonostante la superiorità del suo servizio sanitario di guerra, ereditato dalla Prussia e perfezionato dall’organizzazione imperiale e dall’avanzata scienza medica tedesca, siede allo stesso tavolo, ma come nazione che ha perso. Una buona sanità militare non le ha giovato per vincere la guerra. La buona sanità non assicura la vittoria, né una sanità meno buona espone necessariamente alla sconfitta. La sanità, militare o civile, ha tutt’altri, più nobili scopi.

Bibliografia

  1. Lambert <Cap. di Stato Maggiore>, Ricordi logistici e tattici, Livorno, Officina d’arti grafiche G. Chiappini, 1909, pp. 227-245; Ferruccio Ferrajoli <Mag. Gen. Med. Prof.>, Il servizio sanitario militare nella guerra 1915-1918 (Nel cinquantenario della vittoria), «Giornale di Medicina Militare», pubblicato a cura del Servizio Sanitario dell’Esercito, a. CXVIII, fasc. 6, 1968, pp. 501-516; Giorgio Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia. Dalla peste europea alla guerra mondiale. 1348-1918, Roma-Bari, Laterza, 1987 Ferruccio Botti, La logistica dell’Esercito Italiano (1831-1981): vol. II I servizi dalla nascita dell’Esercito Italiano alla Prima Guerra Mondiale (1861-1918), Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1991; Francesco Paolella, La neuro-psichiatria in Emilia Romagna durante la Grande Guerra, in Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la Prima Guerra Mondiale, a cura di Fabio Montella, Francesco Paolella, Felicita Ratti, Bologna, CLUEB, 2010, pp. 67-110; Leonardo Raito, Gaetano Boschi. Sviluppi della neuropsichiatria di guerra (1915-1918), Roma, Carocci, 2010; Giorgio Cosmacini, Guerra e medicina. Dall’antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2011; Lorenzo Cappellari, Chirurgia di guerra e medicina accademica, in Il silenzio e la cura. Vite di medici e cittadini ferraresi nelle Grandi Guerre del Novecento, Ferrara, Faust, 2015, pp. 64-77; Francesco Scafuri, L’impegno sociale e sanitario del Comune di Ferrara nel quadriennio 1915-1918, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 108-121; Gianluca Lodi, Ferrara, baluardo del Servizio Sanitario Militare negli anni della Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 122-130; Mario Gallotta, Le stellette e il camice bianco. Medici ferraresi in guerra fra il 1915 e il 1945, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 161-169; Paolo Sturla Avogadri, Il ruolo pioniere di Ferrara nell’assistenza socio-sanitaria nella Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 170-177; Achille Maria Giachino, Ospedali da campo nella Grande Guerra, in Il silenzio e la cura, cit., pp. 199-205.

 

Fonti archivistiche

ASPI – Archivio storico della psicologia italiana, https://www.aspi.unimib.it/

 

Roma, Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME):

B-1 “Diari I Guerra Mondiale”, «Relazione dell’opera sanitaria svolta dal 1915 al 1918», vol. 5 «Servizio neuropsichiatrico 1915-1918».

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 11, fascc. 209-214.

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 24, fascc. 318-325.

E-7 “Carteggio sanitario della Prima Guerra Mondiale” (1914-1927), b. 25, fascc. 326-330.

 

E.M.